CENNI SUL RECLUTAMENTO DELLE DONNE SOLDATO
Mancando l'Italia di diretta esperienza in tema di donne-soldato e avendo commesso errori su errori anche nel più familiare e noto contesto dei soldati-uomini, pare opportuno informarsi su quanto all'estero sia stato fatto e si stia facendo, tanto più che altrove è stato ed è affrontato con una serietà e competenza sia militare, sia sociologica senza riscontri in Italia. Paesi, pur più esperti in materia del nostro, non desistono dal vagliare studi ed esperienze proprie e altrui come dimostra la Marina britannica che, nel valutare l'opportunità di concedere l'accesso alle donne sulle proprie navi ha sentito l'obbligo di analizzare e studiare le esperienze della Marina olandese, svedese, americana, norvegese e australiana prima di condurre propri esperimenti. Dopo, solo dopo, ha deciso.
All'estero,fin dagli anni '70 il reclutamento femminile acquista organicità e importanza, a causa sia dell'impegno dei movimenti femministi a favore della pari opportunità per le donne, sia per il desiderio delle classi politiche di non deluderne le aspettative. Il desiderio di compensare lacune nel reclutamento del volontariato maschile è ancora accessorio. Nel 1976, anche la Comunità Europea, solo perché sensibile alla pari opportunità, dichiara illegittima l'esclusione delle donne nelle Forze Armate. Ma la storia di ogni paese è diversa.
Nel 1995, le donne soldato americane, pari al 13% (200.000) del totale della forza complessiva, si dividono fra Aeronautica (24%), Esercito (19%), Marina (20%) e Marines (6%); in seguito, tuttavia, la tendenza alla crescita quantitativa, si è arrestata attestandosi attorno all'11% e così deludendo chi sperava d'ovviare con le donne la crisi del reclutamento maschile. In Francia, nella metà degli anni '70, le donne sono state integrate nella struttura militare raggiungendo, nel 1997, il 2,5% (17.350) della forza totale, così ripartito: Esercito (7,5%), Aeronautica (7%), Marina (4,5%). Dal 1993, si imbarcano su navi da superficie mentre resta incerta la loro destinazione a reparti da combattimento.
In Gran Bretagna, dal 1991, esse sono il 6,5% (15.000) della forza complessiva e sono escluse solo da unità di fanteria e corazzate.Un terzo serve nell'Aeronautica (8%) la cui struttura comprende ruoli non da combattimento e lontani da zone a rischio. Il programma di reclutamento che originalmente puntava ad arruolarne fino al 10%, eccessivo nel 2002 rispetto al totale del corpo militare soggetto ad una contrazione pari al 30%.
Per confrontare le esperienze dei vari paesi è stata istituita, nel 1961, la Commissione del Personale femminile delle Forze Armate della NATO al fine di dibattere su vari temi, quali: i settori in cui impiegare le donne, le attività svolte e quelle precluse, la remunerazione, le condizioni di servizio. La Commissione formula proposte e indirizzi rivolti sia alla NATO, sia agli Stati membri, nel tentativo di assicurare uniformità di soluzione al problema.
Tra i paesi non NATO, il maggior numero di donne soldato è in Russia e poi in Cina, dove sono sottoposte anche al servizio di leva; tuttavia, per motivi di struttura militare e sociale nessuno dei due paesi offre ammaestramenti utili per paesi occidentali. Nel mondo occidentale solo in Israele, il servizio militare femminile è obbligatorio. Le donne israeliane, la cui ferma dura 21 mesi (contro i 36 per gli uomini), sono il 30% del totale delle Forze Armate e, sebbene addestrate all'uso delle armi, non hanno incarichi da combattimento. Sono escluse dal servizio le donne sposate, con problemi di salute o giudiziari oltre che le ortodosse, che possono optare per il servizio civile. Le donne soldato israeliane sono assegnate ai reparti ma restano inquadrate nel Corpo Femminile.
IL CORPO MILITARE E LA SPECIFICITA' FEMMINILE
L'immissione della donna nelle Forze Armate presentava numerosi e seri problemi che sarebbe irresponsabile minimizzare nella convinzione che, una volta avviato il processo, i problemi si risolveranno spontaneamente. Nulla di più sbagliato tanto è vero che, dopo un reclutamento male impostato, i problemi si moltiplicano e s'aggravano a scapito sia della donna sia del corpo militare. La vita militare non è e non può essere un'occupazione come le altre, soprattutto se le Forze Armate sono, come dovrebbero essere, professionali e seguono, come dovrebbero, rigorosi criteri di operatività anziché burocratico - corporativi - occupazionali come talvolta tendono a fare a grave scapito della loro funzione.
Gli addestramenti prolungati e pesanti, le missioni faticose e rischiose, l'organizzazione collettiva delle attività e in minor misura della vita, la convivenza in ambienti comuni, le lunghe e talvolta disagiate permanenze all'estero, pongono particolari problemi alle donne e mal si conciliano con impegni familiari che hanno un posto rilevante nella società femminile. In un'indagine condotta negli Stati Uniti fra donne ufficiali della guardia costiera, per altro fra le più prossime e integrate nella società civile, emerge che la loro vita sociale e privata non le gratifica quanto quella professionale. Anche in Francia, un 20% delle donne soldato dichiara di trovare difficoltà nel conciliare il lavoro con la famiglia.
Fondamentale appare anche la tutela della privacy, aspetto che influisce in modo incisivo o anche condizionante sulle possibilità di integrazione delle donne e sulla loro assegnazione a unità bisesso tanto da imporre soluzioni specifiche quali costruire infrastrutture ad hoc per le donne o porre limiti sul loro imbarco su navi di superficie di basso dislocamento o su sottomarini. Se questi ed altri problemi restano irrisolti in omaggio ad una superficialità di fondo si determina insoddisfazione, a scapito della qualità del servizio e con abbandoni prematuri della carriera, vanificando le aspettative sia delle donne sia delle Forze Armate che, dopo aver sostenuto costi ingenti per la loro formazione, sono costrette a colmare vuoti imprevisti nei propri organici. Se il problema viene invece bene affrontato questa crisi non si pone tanto è vero che nell'Aeronautica britannica il "training wastage" (speco addestrativo per congedo prematuro) delle donne è pari alla metà di quello degli uomini, tanto da incoraggiare l'impiego delle donne come navigatrici e piloti.
LA MOBILITA' DELLE COPPIE
Non sono indifferenti i vincoli alla mobilità del personale, che si drammatizzano nel caso di coppie di coniugi entrambi militari. In questi casi, con considerevole difficoltà, le Forze Armate tentano di conciliare le esigenze dell'organizzazione militare con la condizione matrimoniale; negli Stati Uniti, ogni volta che sia possibile, si destinano le coppie sposate alle stesse località o altre tra loro vicine. E' tuttavia impossibile assicurare il parallelo sviluppo delle carriere dei coniugi anche se entrambi militari, per la scelta delle sedi di impiego, ad esempio, spetta a loro indicare quali delle loro carriere è prioritaria. Tutto ciò complica la pianificazione dell'impiego dei soldati e dei quadri.
LA MATERNITA'
E' ovunque riconosciuto che quando la donna, sposata o meno, ha dei figli, spetta alle Forze Armate tentare di conciliare nel lungo periodo l'impegno di allevare un figlio con il rendimento, gli incarichi e gli orari della vita militare. Negli Stati Uniti, la donna militare incinta può ottenere un'adeguata licenza, sempre che non ricopra incarichi particolari. Fra il 1973 e il 1987, il 33,7% dei ricoveri femminili nella Marina e nell'Esercito degli Stati Uniti sono dovuti alla gravidanza. Gran parte dei ricoveri per maternità si sono registrati fra i 2,5 e i 4 anni di attività lavorativa.
Le Forze Armate, per limitare il numero delle madri soldato, non arruolano nubili con figli in custodia né donne che risultino incinte al test preliminare. Dall'aumento dei genitori in servizio sono sorte infatti onerose esigenze per le Forze Armate, fra le quali gli asili nido sul posto di lavoro, con riflessi negativi sull'organizzazione e sulla funzionalità nei reparti. Nel 1994, i centri per bambini, seppure fossero 640 in 408 diverse basi militari, erano insufficienti; solo nella Marina mancavano 25.000 posti.
In Gran Bretagna, per cautelarsi da gravidanze all'inizio del servizio, le donne usufruiscono per maternità di 29 settimane di licenza, non pagata, purché abbiano prestato servizio da almeno due anni. Si immaginino le conseguenze sull'operatività militare se un alto numero di donne specie se in incarichi di prioritaria importanza e quindi difficilmente riassegnabili in tempi brevi, fosse in maternità nel momento in cui le rispettive unità sono inviate in operazioni.
Non tutte le concessioni previste dalla Pubblica Amministrazione possono essere quindi estese così come sono alla professione delle armi. Un caso specifico di incompatibilità è quello delle donne-allieve nelle Accademie Militari, che dovrebbero come i maschi sottostare all'obbligo di non sposarsi prima del 25° anno di età e anche non entrare in maternità prima della conclusione dei corsi integrati, cioè bisesso, che durano quattro o cinque anni.
IL PROBLEMA SESSUALE
Non si possono ignorare varie forme di molestie sessuali che le Forze Armate, come altre organizzazioni miste, non riescono a controllare pienamente. Secondo un'indagine del Pentagono del 1988, le vittime di comportamenti molesti sono per il 54% donne e per il 12% uomini, più tra la truppa che fra ufficiali e sottufficiali. I maggiori rischi per la donna sono nei reparti medio-piccoli a forte prevalenza maschile; nei reparti dove la percentuale di donne è più ampia diminuiscono le molestie sessuali sulle donne, mentre aumenta la percentuale di quelle sugli uomini. Le molestie sono più frequenti quando i legami fra pari grado dei due sessi sono insoddisfacenti, quando la leadership è inadeguata, quando c'è scarsa integrazione della donna nel reparto e quando è probabile che gli offensori non siano puniti.
Le cause ambientali, in genere, sono assimilabili a quelle che hanno favorito in Italia il ben noto "nonnismo" . Il fenomeno, è più diffuso fra i Marines e nella Marina dove uomini e donne, imbarcati, sono costretti per lunghi periodi a spazi limitati e dove è frequente la prestazione di servizi oltremare, lontano dalle sedi stanziali sul territorio; molti casi di molestie, secondo il Pentagono, hanno avuto luogo durante la guerra del Golfo.
Per affrontare il problema, è stato istituito al Pentagono un Comitato civile, il Defense Advisory Committee on Women in the Service (Dacowits), che indaga su casi di violenza e su denunce di comportamenti ostili verso le donne. Ogni Forza Armata ha, inoltre, un suo regolamento disciplinare che vieta le molestie sessuali e stabilisce le punizioni. Come misura preventiva, è prevista la partecipazione di uomini militari a seminari che li sensibilizzano al problema e informano della normativa militare sull'argomento.
Analogamente, nelle Forze Armate israeliane (Israeli Defence Forces o IDF), da qualche tempo si distribuisce alle soldatesse un "Manuale per difendersi dalle molestie e dalle violenze", in ci sono indicate le situazioni configurabili come abusi e vi si spiega come reagire e denunciare i colpevoli. Non va inoltre sottovalutata, in questo contesto, la diffidenza delle mogli "civili" che temono, per i propri mariti, coinvolgimenti sessuali dovuti alla promiscuità e presunta disponibilità delle donne-soldato. Fra le più spettacolari lamentele di questo tipo, si segnala la dimostrazione delle mogli di marinai britannici nei porti contro l'imbarco delle donne sulle stesse navi.
RECLUTAMENTO: QUOTE FISSE O SELEZIONE BISESSO?
Il reclutamento delle donne nel corpo militare, trova sostegno nella convinzione che le forze armate debbano essere quanto più possibile rappresentative della società nazionale, per razza, per sesso, per ceto, per status, per provenienza geografica. Tuttavia, mentre ciò è agevole con un reclutamento impostato sulla leva, lo è assai meno su quello basato sul volontariato che, soprattutto se prospettato in termini occupazionali e di pari opportunità, tende ad attrarre solo fasce specifiche della società e dello stato, esonerandone altre. Ciò è avvenuto negli Stati Uniti dove, a fronte di una popolazione nera dell'11% rispetto a quella totale, la percentuale di neri nelle forze armate era salita al 37%.
Negli Stati Uniti, per ristabilire un razionale equilibrio nella rappresentatività si è rinunciato alla definizione di quote prefissate per ogni settore della popolazione preferendo fare ricorso a due leve: l'incentivazione della professione militare (agevolazioni scolastiche e migliore retribuzione) e introduzione di criteri selettivi più rigorosi e più forti. Nel 1994, ciò ha portato all'esclusione della IV categoria psicofisica ed educativa, cioè la più bassa, ed è stato prescelto il 64% dei giovani bianchi contro il 52% dei giovani neri, il 45% delle donne bianche contro il 45% delle donne nere. La percentuale di soldati bianchi si è così collocata attorno al 68%, quella dei soldati neri si è ridotta al 13%, mentre quella dei soldati ispanici è sul 9% contro una presenza ispanica nella popolazione pari al 15%. Anche la presenza di donne soldato, dopo una punta massima del 18%, si è ridimensionata attorno al 12%. Nel 1995, il totale di presenza delle donne nel corpo militare si aggirava su 200.000 unità: in Aeronautica (24%), nell'Esercito (19%), nella Marina (20%), nei Marines (6%).
In Gran Bretagna, dall'istituzione del 1992 di una Commissione unica per il reclutamento di candidati dei due sessi si opera una selezione che valuta le candidature in base a esigenti criteri culturali e psicofisici e decide in base al criterio della competitività. Si osserva come, nel 1995, la percentuale delle donne nelle forze armate sia cresciuta non già per l'aumento del loro reclutamento ma solo in proporzione al reclutamento degli uomini, il cui numero è stato ridotto a causa della ristrutturazione. Ciò ha fatto dubitare della possibilità di rispettare il target previsto per la presenza femminile nelle forze armate cioè di portarla al 10%. Il deficit per livello di forza complessivo, offre due alternative: la diminuzione del numero delle donne se verranno privilegiati i ruoli combattenti a cui esse non hanno accesso oppure il loro aumento se a loro verrà assegnato un numero più alto di ruoli non combattenti. In entrambi i casi, entrerebbe in crisi l'integrazione bisesso, caratterizzando un più alto numero di ruoli in chiave maschile o femminile.
Questi problemi ed altri ancora insegnano a rifuggire da soluzioni rigide e di calibrare invece il reclutamento in funzione all'equilibrio operativo del sistema militare, evitando artificiose "quote" che un qualsiasi serio programma di ristrutturazione verrebbe a invalidare. In definitiva, si è affermata nelle forze armate britanniche la convinzione che sia indispensabile un costante e attento processo di monitoraggio in chiave bisesso dei programmi di reclutamento.
LA COESIONE NEI REPARTI
"La capacità delle forze armate di funzionare dipende, più che in ogni altra organizzazione, dalla loro coesione, cioè dalla disponibilità di fronte alla morte di non pensare in termini di io o tu bensì come noi". Pare appropriato quindi analizzare gli effetti sulla coesione dell'ingresso delle donne nel corpo militare anche per capire quale effetto abbia la loro presenza sulla coesione e combattività dei reparti e quindi sull'esito delle operazioni militari. Seppure se si ritenga comunemente che la coesione sia il prodotto di esperienza e dei rischi comuni e non sia influenzata dal sesso, nei reparti a composizione mista è inferiore a quella di reparti a composizione solo maschile perché incrina il "male bonding" (legami sociologici e antropologici fra maschi) e perché la presenza femminile induce alla competizione sessuale e, in situazione di fatica e di rischio, porta gli uomini ad assumere atteggiamenti protettivi verso le donne a scapito della missione comune assegnata al loro reparto.
Secondo studi condotti negli Stati Uniti una presenza di donne pari al 10% in un reparto non incide sulla preparazione tecnica al combattimento e la coesione e la prontezza al combattimento aumentano in proporzione all'accettazione delle donne da parte degli uomini; le resistenze alla loro integrazione sono più forti in uomini appartenenti agli strati sociali più bassi. Inoltre, mentre sono più discriminate le donne dove esse sono poche in proporzione ai maschi è tuttavia vero che coesione e prontezza al combattimento diminuiscono con il crescere del numero di donne nel reparto. Si tratta quindi di stabilire quale sia il giusto equilibrio fra due esigenze, apparentemente opposte; quella di salvaguardare la donna e quella di tutelare la combattività del reparto.
Si riportano gli esiti della sperimentazione condotta nelle forze armate americane. In un primo caso, le donne furono assegnate ad un plotone solo femminile di 30 persone nell'ambito di una compagnia bisesso con altri due plotoni solo maschili; nel secondo, uomini e donne furono divisi per sesso in squadre di 10 persone all'interno di un plotone bisesso; nel terzo, uomini e donne furono assegnati ai rispettivi incarichi, senza tenere conto del sesso. Il secondo caso si rivelò disastroso perché la coesione dei plotoni fu compromessa dalla competizione fra le squadre di sesso diverso, a tutto scapito della collaborazione. Questi e molti altri esperimenti, condotti dalle forze armate diverse di diversi paesi, dimostrano quanto sia complessa la materia e quanto sia importante evitare scelte approssimate.
IL COMBATTIMENTO SI ADDICE ALLE DONNE?
In molti paesi, con troppa disinvoltura, si è richiesto il diretto coinvolgimento delle donne in qualsiasi caso d'impiego delle forze armate, non esclusi i compiti più violenti, faticosi e rischiosi. Non vi è dubbio per altro che nelle guerre passate, non poche donne hanno dimostrato altrettanto e più coraggio, tenacia e assuefazione alla violenza di molti uomini e che anche oggi, di fronte a grande disagio e pericolo, reagirebbero meglio di non pochi fra loro. Lo dimostra un esperimento condotto negli Stati Uniti, in cui risulta che secondo i maschi militari almeno il 25% delle donne è solido psicofisicamente quanto i maschi. Ma oggi non è la passione per il combattimento e la guerra o la voglia di confrontarsi in queste sfide con gli uomini, a ispirare in prevalenza questa richiesta. Come dimostrano gli studi di paesi che hanno preceduto l'Italia su questa strada, tale pretesa nasce, nella maggior parte dei casi, dall'occasionale combinazione fra istanze femministe e un'approssimata percezione della realtà della guerra e del combattimento. Infatti, a stimolare la richiesta "ruolo combattente" per le donne è anche la convinzione, condivisa peraltro da non pochi uomini, che quel ruolo sia ormai tramontato ma che, ciononostante, solo chi lo occupa possa aspirare a soddisfacente carriera, fino ai massimi vertici militari. Se le cose stessero realmente così si potrebbe comprendere perchè le donne insistano per ottenere quel ruolo e perchè gli uomini siano riluttanti a concederlo. Mezzo secolo di guerra fredda, ha convinto l'opinione politica e pubblica che all'assunzione di ruoli da combattimento, gratificante come prestigio e carriera, non corrisponde necessariamente un impegno in situazioni a rischio e cruente. Al termine della guerra fredda, hanno concorso a confermare tale percezione due tendenze, quella delle guerre ipertecnologiche condotte dall'aria anche con vettori senza pilota e le missioni cosiddette "di pace", in cui ai reparti combattenti si assegnano funzioni di dissuasione e di persuasione con rischi, nella maggior parte dei casi, assai contenuti. In Italia, la più maldestra nazione nei confronti del combattente, la questione si aggrava a causa di una grottesca retorica che, pur cogliendo qualsiasi pretesto per svilire la professione militare, non esita a inventarsi gesta eroiche con relativo corredo di celebrazioni, riconoscimenti, decorazioni collettive ed individuali e benefici di carriera. In Italia, tempio del qualunquismo pacifista, la sindrome della medaglia d'oro è oggi più forte che mai. A chi è sensibile al fascino della donna combattente va però ricordato che prepararle seriamente al combattimento "significa insegnare loro a uccidere uomini e donne e, in parallelo, insegnare agli uomini a uccidere donne e a farsi uccidere da loro. Si può obiettare che non pochi soldati uomini hanno voglia di prendere il proprio ruolo combattente sul serio ma non si comprende perchè l'ingresso delle donne nel corpo militare anzichè motivare gli uomini debba adeguarsi all'opportunismo corporativo che i meno motivati fra loro perseguono.
Della necessità di porre fine all'agiografica e folcloristica rappresentazione della guerra hanno oggi preso atto molti paesi occidentali fra cui gli Stati Uniti, dove è stato riposto il pluridecennale eroismo Johnwaynista (da John Wayne) o della suo grottesca versione rambista, che promettevano facile gloria a basso rischio, per tentare di rappresentare il rapporto con il combattimento e la guerra nella loro temibile realtà. Film, come "Full metal Jacket" e ancor più il recente "Salvate il soldato Ryan" forse contribuiranno a convincere le donne, e non solo loro, a valutare con più sobrietà questa loro rivendicazione ammenochè non si voglia proporre a modello quegli uomini che, seppure inseriti per loro scelta nel ruolo "combattente", non hanno intenzione di assolverlo. Gli esempi, nella storia passata e recente, non mancano. Peraltro, l'assegnazione del ruolo "combattente" alla donna è un opzione accolta solo in parte e con grande difficoltà da qualsiasi altro paese e solo dopo decenni di seria contrattazione e sperimentazione. E' significativo, inoltre, che la maggiore apertura alle donne di quel ruolo si trovi proprio dove le Forze Armate (es. Danimarca) hanno meno intenzione di coinvolgere le proprie Forze Armate in situazioni a rischio. L'opposto avviene nelle Forze Armate israeliane, le più provate da esperienze di guerra e con popolazione maschile poco numerosa. In esse si è tentato di coinvolgere le donne in attività prossime al combattimento, quali istruttrici o pilote di mezzi da combattimento, per poi convenire che esse erano meglio impiegabili in mansioni tecniche e amministrative, quali operatrici radar, addette a sistemi informatici o delle comunicazioni, ecc. Se ne desume che, prima di dare risposta a rivendicazioni di ruoli da combattimento è indispensabile condurre una prolungata sperimentazione, per assicurare alle donne e alle Forze Armate ampia possibilità di conoscersi e di studiare assieme il problema. Nefasta pare invece la scorciatoia legislativa, non tanto perchè "omnis definitio in jure pericolosa", ma perchè siffatto metodo sarebbe foriero di incertezze edi scontento, quindi di delusioni, sia per le donne sia per le Forze Armate. Studiare e sperimentare, senza partito preso, è l'unica possibile via; pretendere che tutto e subito sia riconosciuto per legge oltre a non essere produttivo nè realistico, è anche soggetto a mutamenti anche radicali al confronto con larealtà o con il particolare momento politico. I neri americani, che dopo la II Guerra Mondiale lamentavano il non impegno in combattimento ritenendo che li confinasse in serie B, dopo le guerre del Vietnam e del Golfo in cui erano presenti in grande numero, hanno affermato il contrario accusando le Forze Armate americane di farne carne da cannone (cannon fodder). Solo un caso fra tanti d'incongruenza dovuta al desiderio di seguire le tendenze socio-politiche di un particolare momento.
L'ESPERIENZA STATUNITENSE
Negli Stati Uniti, nel 1988, si è affrontato il problema partendo dalla comune definizione del concetto di rischio: non solo si negava alle donne di entrare in combattimento ma le si escludeva da compiti che comportassero pericolo. Come in ogni altro paese occidentale, fra cui Israele, fra i fattori condizionanti non vi è solo il timore che le donne possano essere ferite o uccise ma anche che, se catturate, siano sottoposte a umiliazioni e tortura provocando indignazione nell'opinione pubblica dei rispettivi paesi. In definitiva, giusto o sbagliato che sia, è indubbio che esse siano meno "politicamente" spendibili degli uomini. Più tardi, comunque, sotto la forte pressione del partito delle donne, il Pentagono decise di aprire maggiormente le porte alle donne escludendole solo dalle unità il cui compito prevede il combattimento terrestre diretto, con probabilità di contatto fisico. Ciononostante, il problema non si poteva considerare risolto anche per l'artificiosità della distinzione di diversi livelli di rischio tra zone di combattimento e retrovie, quest'ultime soggette ad attacchi con armi a lunga gittata, imboscate e attentati come dimostrato durante la Guerra del Golfo. Si è quindi tentato di trovare più aderenti criteri e, nel 1996, dopo studi approfonditi, sono stati aperti alle donne 7000 incarichi in reparti di terra in cui però la missione prioritaria non era di combattimento (genio, polizia militare, comandi di brigata, intelligence, campagnie sanitarie, supporto logistico, ecc.). Quanto alla percentuale di donne da immettere, con vari ruoli, in formazioni combattenti si è concluso che fino a che la loro percentuale è inferiore al 10%, non incide sulla preparazione "tecnica" al combattimento; oltre a tale soglia cresce l'attrito fra femmine e maschi.
Quanto all'addestramento "misto", seppure sia ritenuto positivo in quanto stimola la competitività nelle donne, di cui oltre il 50% preferisce addestrarsi con maschi, richiede più tempo per le donne e quindi anche per gli uomini. Sul piano dell'attitudine dei due sessi al combattimento, un esperimento condotto su 1000 soggetti uomini e donne, ha assegnato alle donne un punteggio più basso in termini di idoneità psicofisica, di coesione orizzontale, di accettazione di valori comuni, di prontezza al combattimento.
A rendere inoltre precaria l'integrazione delle donne nei reparti combattenti, contribuisce la convinzione dei militari maschi che esse, in caso di guerra, non sarebbero costrette a partire (nogos) o quantomeno godrebbero di un trattamento preferenziale; è quindi indispensabile convincere sia le donne sia gli uomini che ciò non avverrebbe e che la "parità di oneri" (equity of burden) sarebbe in questo caso rigorosamente applicata. La questione si può considerare solo parzialmente risolta ed è probabile che vi siano ulteriori mutamenti di posizione in futuro, soprattutto a seguito di esperienze sul campo, che favoriscano o meno l'impegno delle donne in combattimento. La "riluttanza ad accettare perdite in combattimento" (reluctance to combat losses) che oggi frena o anche impedisce l'impiego delle forze terrestri americane è obiettivamente assai più forte allorchè si tratta di soldati donne. E' un campo ancora tutto da scoprire e che non tollera approssimazioni. Il dibattito è aperto.
LE SCELTE BRITANNICHE
In Gran Bretagna, fino al 1991, si era pragmaticamente deciso di impiegare le donne in qualsiasi formazione, tranne che nelle unità corazzate e di fanteria, purchè a 8 Km dal fronte, pari alla dislocazione del secondo scaglione di una brigata, nella convinzione che quella distanza potesse ridurre sensibilmente i rischi per le donne. Nel 1991 furono fatti considerevoli passi avanti. Furono aperti alle donne 100 incarichi sul totale di 134 e, nel caso delle assegnazioni a incarichi operativi, la Commissione unica per i due sessi stabilì, senza eccezioni per le donne, il criterio della disponibilità di "forza fisica e istinto aggressivo". Tuttavia,nella Guerra del Golfo, dove le donne rappresentarono il 2,8% della forza impiegata (contro il 6,2 nelle forze americane) quegli incarichi non furono ad esse affidati e le donne vennero impiegate in mansioni non operative (assistenti alle informazioni e all'amministrazione, servizio presso gli scaglioni arretrati, ecc.), con prevalenza in quegli incarichi "premi pulsante" (push botton) che non prevedono il coinvolgimento diretto nel combattimento.
Il discutibile criterio della distanza è stato oggi abbandonato e si tende ad escludere le donne dai reparti di combattimento terrestri, dai sottomarini, dalle navi di superficie a basso tonnellaggio, dai Royal Marine Commandos, dai reparti di volo dell'aeronautica. Il personale femminile di volo è limitato per numero e impiegato in aerei da addestramento o trasporto, comunque non da combattimento.
Le esitazioni mediterranee
In Spagna, in analogia per quanto previsto nelle forze armate anglosassoni, le donne possono accedere a qualsiasi incarico, fatta esclusione per quelli tattici (fanteria e specialità, sottomarini, truppe da sbarco, unità minori di superficie); si sono riscontrate, per assenza di risorse adeguate, notevoli difficoltà sul piano dell'inserimento delle donne in strutture miste. In analogia con l'Italia, neppure nella Guardia Civile sono stati condotti studi approfonditi a riguardo. Nel 1995 le donne arruolate erano 995, di cui più del 50% nell'esercito.
In Portogallo, nel 1996, le donne erano 983 nell'Esercito, 712 nell'Aeronautica, 267 nella Marina. A loro sono riservate soprattutto le specialità considerate più adatte a loro: amministrazione, sanità; meno del 7% ha incarichi considerabili come "operativi" seppure non di combattimento. E' ancora incerto il loro futuro di carriera.
Quanto alla Francia, a origine del dibattito vi è un'indagine approfondita le cui risultanze, alla fine del 1994, sono state raccolte nel compendioso rapporto finale "la fémminisation dans l'armée de terre. Etat actuel, consequences et evolutions possibles". La decisione se immettere o no le donne nei reparti combattenti e in quale misura, non è ancora stata presa.
CALIGARIS, 2000